Diari (musicali / fotografici) Romani

Parole (poche), Foto (dall'Iphone). Qualche Recensione di dischi che mi piacciono ma anche no. Una valvola di sfogo per quello che vorrei essere e non sono (chi sono?)

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Aprile 12, 2014

ottima colonna sonora per una serata riposante a casa con un bel libro / fumetto

(Fonte: Spotify)

Marzo 3, 2012
catastrofe:

KAAAAARLSTAAAAAD

catastrofe:

KAAAAARLSTAAAAAD

(Fonte: squidbeard, via emmanuelnegro)

Gennaio 2, 2012
pensieriminimi:

http://iwishihadanocean.tumblr.com/

pensieriminimi:

http://iwishihadanocean.tumblr.com/

(Fonte: semexcesso)

Birds of Passage - Without The World (2011)
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Dire che un album ti fa dormire in generale non dovrebbe essere un complimento. Questo se si parla di dischi rock. Ma se il disco è opera di una neozelandese che canta le poesie scritte nel corso degli ultimi due anni, allora l’effetto soporifero potrebbe anche essere considerato in un’ottica diversa.

Without The World è proprio questo, delicate poesie sussurrate su basi eteree e ipnotiche. L’effetto che ne risulta è quella di una perenne ninna nanna. Quindi la monotonia dell’album in questo caso non risulta essere necessariamente una critica.

Ma l’album non è solo nenie soporifere e identiche a loro stesse. Brani come “Fantastic Frown” sono l’esempio di come sia possibile creare dei brani perfettamente in bilico tra atmosfere ambient e melodie dolcemente folk.

L’album funziona quindi sia come ottima ninna nanna ma anche (e soprattutto) come raccolta di delicate canzoni con le quali rilassarsi e farsi trascinare nell’etereo e onirico mondo di Birds of Passage.

Birds of Passage - Without The World (2011): 7/10

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Dicembre 29, 2011
Elenco dischi 2011 aggiornati
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Quest’anno mi sono sbattuto un po ed alla fine ho messo su una pagina con alcuni dei dischi che più mi sono piaciuti in questo 2011. Non tutti i dischi sono usciti in quest’anno e per questo li ho distinti tra uscite 2011 e antecedenti.

Per ogni disco ho messo una piccola tendina dove potete trovare ulteriori informazioni come siti internet, myspace, bandcamp e un video di una canzone rappresentativa dell’album.

Spero possiate trovare qualche bel disco che vi era sfuggito.

Qui il link alla pagina.

Dicembre 27, 2011
This Will Destroy You - Tunnel Blanket (2011)
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Catarsi. Questo disco è la catarsi. Questo disco è una delle vette del post rock raggiunte quest’anno. Questo disco è il limite massimo che il particolare percorso musicale intrapreso dai This Will Destroy You poteva permettere di raggiungere.

Partiti come un normale gruppo post rock i TWDY hanno rieleborato quello che stava diventando una ricetta fin troppo classica ed abusata arrichendola con uno strato di elettronica e dando alle stampe l’ottimo omonimo disco “This Will Destroy You”.

Ma con questo Tunnel Blanket i nostri aggiungono un ultimo decisivo ingrediente alla miscela ormai ben collaudata, rappresentata da una forte componente noise che trasforma le code di ciascun pezzo in un vero e proprio baccanale. Un muro sonoro che ti si sgretola addosso seppellendoti sotto una coltre di riverberi.

Il fenomenale brano di apertura, Little Smoke, racchiude alla perfezione la nuova cristallina formula elaborata dal gruppo. Lunga introduzione lenta e delicata che dopo averti ipnotizzato esplode in un giro armonico in continuo crescendo che ad ogni ripetizione si arricchisce di distorzioni e cresce in intensità fino a saturare interamente lo spettro sonoro. Assordandoti. Annientandoti. Pura potenza sonora.

Uno dei pezzi più belli ascoltati quest’anno. Un pezzo che ti spinge ad alzare il volume delle cuffie fino a farti sanguinare le orecchie.

Tutto il disco è un perfezionare e reiterare il canone definito nel brano di apertura, poche concessioni all’improvvisazione, l’intento del disco è scolpire nei timpani dell’ascoltatore questa formula, muri sonori dopo muri sonori, ondate soniche dopo ondate soniche, senza variazioni di sorta, ma con una forte carica noise.

Solenne nel suo incedere, nei suoi crescendo strumentali che ti spappolano le orecchie piano piano, con quei giri armonici ogni volta più alti, più potenti, più maestosi e più casinisti i This Will Destroy You si superano ancora una volta sfornando il più bel disco post rock / post metal dell’anno, a tratti un disco Noise vero e proprio.

Piccola nota sulla veste live del gruppo dove riescono ulterioriormente a stupire, risultando un autentico spettacolo, capaci come sono di sbatterti finalmente in faccia quel muro sonoro che su disco si percepisce ma non si può apprezzare in pieno se non dal vivo.

Non ho idea di che possano fare dopo questo capolavoro, ma sono un gruppo che è sempre riuscito ad innovarsi. Quindi attendo con fiducia la loro prossima mossa.

This Will Destroy You - Tunnel Blanket (2011): 8/10

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Dicembre 25, 2011
terzo disco dei Weeknd.

terzo disco dei Weeknd.

(Fonte: postdubstep)

Mary in June - Ferirsi (2011)
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La musica italiana è una perenne e ricca fucina di nuove proposte, gruppi sconosciuti che danno alla luce album bellissimi e spesso completamente ignorati da tutti, sempre alla ricerca della next big thing UK o USA, perdendo di vista invece quanto di buono i gruppi Italiani hanno da offrire.

Tra questa schiera di ottime nuove proposte si posizionano in prima fila questi Mary in June, gruppo romano emergente, qui all’esordio sulla lunga distanza.

“Ferirsi” è un esordio di spessore, pochi brani di ottima fattura, un post rock / folk che cresce piano piano fino a mostrare un anima rock potente ed incisiva.

Come nella quasi strumentale “Nel buio” con il suo incedere in crescendo fino ad esplodere nel finale urlato e catartico. Ma il gruppo da il meglio quando si scatena in brani (post) rock accompagnati da un cantato viscerale (sentite “All’interno” ad esempio).

Ogni pezzo è una piccola perla di melodia folk, potenza rock, passaggi post, tutto sapientemente mixato in modo da risultate originale pur usando ingredienti noti.

Menzione a parte vanno ai bei testi evocativi, ispirati e mai banali o buttati li. Rafforzati da un cantato che, pur essendo in debito verso questo o quell’altro cantante, riesce comunque a dare vigore e grinta ad ogni pezzo e ritagliarsi un ruolo di rilievo.

Ma non di sola grinta è fatto l’album e brani come “olio, benzina e cherosene” o “color petrolio” sono delle piccole perle folk delicate e potenti al tempo stesso, forse le prove più originali e convincenti di un album comunque di ottima fattura e livello.

Ascoltateli e provate a non lasciarvi stregare dai Mary in June. Per me indubbiamente il disco d’esordio italiano dell’anno e comunque tra i migliori dischi italiani di questo 2011.

Quasi scordavo, l’album è scaricabile gratuitamente sul loro bandcamp, assieme a due pezzi inediti nuovi di zecca che sono stati pubblicati per la compilation Sottosuono Vol.3 e che sono una piacevolissima conferma del loro valore.

Mary in June - Ferirsi (2011) - 7.5 / 10

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Dicembre 23, 2011
Roly Porter - Aftertime (2011)
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Ci ho messo un po a digerire questo disco di Roly Porter che, ad un primo superficiale ascolto, avevo catalogato come “imitatore” di Ben Frost e di quella gelida perla di “By the Throat”. Ma è stato lo spazio di un istante, tempo di digerire “Tleilax” e rendermi conto di comeAftertime, pur muovendosi sulle stesse coordinate di un ambient-drone oscura e glaciale, fa della componente più meccanica, metallica, sonica direi, il suo carattere distintivo.

L’album è un groviglio di suoni inumani, come quelli di “Corrin” ed i suoi droni che ti braccano senza pietà, la Killshot di Ben Frost dove i lupi sono stati tramutati in mostri di metallo informe pronti a dilaniarti al primo passo falso. Una vera gioia per le orecchie.

L’atmosfera che scaturisce da ogni pezzo è quello di un buio inferno di cristallo, dove ogni speranza è vana. E Porter ci tiene a ricordarlo costantemente martellandoci i lobi frontali con i trapani di “Hessra“.

Sicuramente questo Aftertime non è un album per tutti, ossessivo, rumoroso, disarmonico e assordante. Ma con una sua coerenza e bellezza che, se sopravvivi ai feroci assalti con i quali cerca di abbatterti, sa sedurre. Seduzione malata, masochista, ma in grado di generare piacere.

Consigliato in queste gelide notti invernali, circondati come siamo da mostri di metallo e gabbie d’acciaio, quale miglior scenario per questo disco?

Ah, per chi non lo sapesse Roly Porter è una delle due anime dietro il progetto Vex’d.

Roly Porter - Aftertime (2011) - 7/10

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Novembre 26, 2011
Sylvain Chauveau - The Black Book of Capitalism (2000)
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Non so come mi sia imbattuto in Sylvain Chauveau, quale strana combinazione di fato, fortuna e benevolenza abbia permesso alle mie orecchie di allietarsi con le splendide melodie di questo compositore francese.

Tra l’altro su internet in pochi ne parlano, e mi chiedo come sia ancora possibile nell’epoca dell’informazione diffusa e immediata, dell’hype, del tutti possono dire la loro, che di certe perle se ne parli cosi poco. Che si perdano nel rumore di fondo.

Mi era già successo con gli ASIWYFA e ora la storia si ripete con questo livre noir du capitalism (che è recentemente stato ristampato come black book of capitalism).

Quindi sono qui a parlarne nuovamente sperando che qualche altro fortunato, come me qualche anno fa, incappi in queste parole, si lasci trascinare dal mio entusiasmo e, spinto dalla curiosità, dedichi un orecchio alle melodie di questo maestro.

Ma provo subito a stuzzicarvi, l’album è infatti di per se particolare, con la sua alternanza di “notturni” leggeri e cristallini con pezzi più sperimentali. Sonate melanconiche e bellissime intermezzate da sperimentazioni e brani più cacofonici.

Ma è quando Sylvain si mette giù a battere i tasti del piano che escono i pezzi più belli, magari con l’accompagnamento di un violino o di un canto delicato. Ma tutto l’album è un susseguirsi di piccoli capolavori, delicati pezzi romantici e malinconici al tempo stesso come le fragili melodie di “Le marin rejeté par la mer”.

C’è anche spazio per un brano che sembra uscito da Within The Realm of a Dying Sun dei Dead Can Dance, “Dernière étape avant le silence”. Per non parlare di quando il nostro prende la chitarra acustica e ci mostra la sua anima (post) rock come in “dialogues avec le vent”.

Senza dilungarmi troppo qui Sylvain riesce a condensare in un unico album tutta la sua classe cristallina di compositore e al contempo la capacità di toccare le corde più profonde ed intime dell’anima.

Un compito non facile anche vista la varietà di strumenti e soluzioni adottate, un album che non puó lasciare indifferenti e che anzi rilancia la posta in gioco distribuendo alcuni veri e propri capolavori.

Sylvain Chauveau - The Black Book of Capitalism (2000) - 8/10

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Novembre 24, 2011
Justice - Audio Video Disco (2011)
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Io il nuovo lavoro dei Justice, a ben quattro anni da quella splendida follia di Cross, non l’ho ancora capito. Ormai sono settimane che me lo ascolto, ma non è facile farsene un idea, sopratutto se si è amato il disco precedente che, spiace dirlo, con questo nuovo lavoro ha davvero poco da spartire.

Ma procediamo con calma. Non si può non contestualizzare il disco in relazione al precedente, precisa colonna sonora di una festa (party baby!) iniziato nel migliore dei modi (D.A.N.C.E.), proseguito tra alcohol e droghe (Phantom pt. I) e finito nel peggior modo possibile (Stress). Insomma untrip unico perfettamente musicato da chi ha vissuto pienamente l’esperienza sulla propria pelle.

Audio video disco parte con le migliori intenzioni aprendo con un “uno due” di livello (Horsepower e Civilization), pezzi pop belli ballabili ma con quel qualcosa in più in grado di renderli “fichi”. Il problema è che dopo l’avvio beneaugurante segue il nulla. Infatti già al terzo pezzo ti chiedi che cazzo è successo, che hai sbagliato e, sopratutto, dove è finita la festa…

Il terzo pezzo è infatti un brano alla Air venuto male, che ti taglia le gambe e ti fa storcere la bocca. Poi è tutto un fiorire di pezzi dance rock con richiami alla psichedelia anni 70?!?!? I pezzi nel complesso non sono male, divertenti, ballabili e popposi, ma non è questo quello che mi saprei aspettato dagli autori di Waters Of Nazareth.

Dove è finita la grinta? Dove è quel gusto per la melodia tirata ma in grado di entrarti in testa?

Dal mucchio si salva giusto On’n’On dove l’alchimia sembra essere tornata, ma è solo una fugace illusione prima di risprofondare nella mediocrità. Chiude il disco un pezzo alla Justice vecchio stampo, che infatti spacca (pur essendo molto di derivazione Daftpunkiana). Audio, Video, Disco.

Insomma, sarò ripetitivo, sarò poco aperto di mente, avrò preconcetti, ma dal nuovo Justice mi aspettavo qualcosa di diverso di una manciata di brani da hit parade… Dopo la splendida festa (finita male) di Cross i nostri non si sono ripresi e sono ancora sotto effetto di una post sbornia d’annata (direi anni 70).

Fuor di metafora, i ragazzi sono comunque da tenere d’occhio perché un paio di centri che fanno ben sperare li hanno fatti. Dopo Cross era difficile ripetersi, e cambiare strada era effettivamente l’unica alternativa, anche se si poteva scegliere meglio la nuova via…

Aspettiamo pazienti che si facciano un nuovo trip e ci mostrino nuovamente di che stoffa sono fatti. Perché sono sicuro che di stoffa ne hanno, almeno lo spero…

Justice - Audio Video Disco - 6/10

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Novembre 22, 2011
scarligamerluss:

mondodinerd:

Indiana Jones. Ebbè.

scarligamerluss:

mondodinerd:

Indiana Jones. Ebbè.

(Fonte: lawyerupasshole, via batchiara)

Wolves in the Throne Room - Two Hunters (2007)
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Ascolto Black Metal (quello della seconda ondata, quella delle chiese bruciate, dell’Inner Helvete per intenderci) non dico da quando è nato (nei primi anni 90 ascoltavo Radio Deejay e difficilmente passavano brani metal, figurarsi black) ma quasi.

Infatti a fine anni 90 avevo recuperato il tempo perduto entrando in possesso della discografia delle principali band del genere, Darkthrone, Immortal, Satyricon, Mayhem, Burzum, Ulver e i miei preferiti, gli Emperor.

Poi finita l’ondata e, nel mentre, passato a lidi più meditativi (leggasi post rock) della scena black non ne ho più seguito l’evoluzione (se escludiamo Dødheimsgard e Arcturus per citarne due). Ogni tanto mi riascolto la combo In the Nightside Eclipse / Anthems to the Welkin at Dusk e sono contento.

Questo fino a quando un mio amico mi ha passato questi Wolves in the Throne Room.

Intanto sono americani e, si sa, gli americani non hanno mai troppo cagato il genere… Poi leggo che escono per la Southern Lord, l’etichetta di quel pazzo di Stephen O’Malley, padre di quei Sunn O))) che tanto mi fecero impazzire sparandomi muri di chitarre dal vivo qualche anno fa qui a Roma. Quindi un ascolto se lo sono guadagnato.

Parto con Two Hunters, disco del 2007, ed è subito magia.

Si sentono forti i riferimenti al black “classico” ma il tutto è reinterpretato con gusto, levando parte della rabbia e cattiveria delle origini e aggiungendo epicità e maestosità (propio quello che mi ha fatto amare gli Emperor). I passaggi più propriamente Black sono spesso spezzati da veri e propri momenti epici al limite del doom. A questo scopo gioca a favore la lunghezza dei brani che supera sempre i 6 minuti, con picchi sopra i 10.

Die Arse, Pezzo di apertura dell’album, rende ottimamente l’idea con il suo incedere maestoso e solenne. Ma poi sono sempre le chitarre a zanzara, la batteria che batte incessante e implacabile e lo scream disperato di Nathan Weaver a farla comunque da padrone. Stiamo pur sempre parlando di un gruppo black metal!

Quattro brani per 46 minuti di tormentato Black Metal come non se ne sentiva da tempo. Epico, maestoso, ispirato e, come da miglior tradizione,incazzato.

Ci sarebbe anche qualcosa da dire sulle motivazioni alla base del gruppo (vegani, ecologisti, ecc) ma a me interessa principalmente la musica (se non fosse cosi avrei difficoltà ad ascoltarmi quell’assassino di Burzum…). Se a qualcuno interessa c’è comunque il loro sito.

Wolves in the Throne Room - Two Hunters (2007) - 7/10

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Novembre 20, 2011
Tim Hecker - Ravedeath, 1972 (2011)
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La musica Ambient-Drone è una brutta bestia. Per affascinare deve riuscire a padroneggiare quel difficilissimo equilibrio tra ritmo e dilatazione dei suoni. Deve camminare in bilico tra rumore e melodia. Deve tenere sempre viva quella tensione nei lunghi pezzi strumentali. Molti di questi lavori spesso perdono uno di questi “equilibri” scadendo nella monotonia. Risultando uno sterile susseguirsi di rumori.

Ecco, a Tim Hecker questo non è MAI successo. Seguo Hecker da quel capolavoro di Ambient-Glitch di nome “Radio Amor” , fulgido esempio di come sia possibile creare melodie ipnotiche spezzettando e riducendo in frantumi suoni classici. Dando in pasto ad un computer impazzito un notturno per pianoforte e lasciandoglielo macellare a piacimento. Ma Tim ha fatto molto altro, e tutto mantenendo livelli altissimi, fino al recente combo Ravedeath 1972 / Dropped Pianos.

Ed è di Ravedeath, 1972 che voglio parlare. Perchè Hecker si è trasferito dal Canada nella suggestiva Islanda, Reykjavik, chiudendosi in una chiesa facendosi aiutare da Ben Frost a campionare l’organo. Ripeto, come tecnico del suono Tim Hecker si è avvalso di uno delle stelle nascenti dell’ambient, autore di quel “By The Throat” che tanto (mi) ha entusiasmato.

E quello che ne è venuto fuori è un disco gelido e maestoso al tempo stesso, dove gli splendidi landscape creati da Tim riempiono i pezzi e le orecchie, dove le distorsioni non fanno che accrescere la suggestione e la sensazione di alienazione che pervade il lavoro.

Un disco denso, che rapisce l’ascoltatore attento, ma che è in grado di suggestionare anche l’ascoltatore distratto. Sicuramente va ascoltato a volumi adeguati e/o in cuffia per cogliere le mille sfumature e il lavoro certosino che è stato fatto per ogni brano.

Ancora una volta Tim Hecker ci regala una perla, ed ancora una volta il suo mix di ambient – drone – noise non solo non scade nella monotonia ma fissa una nuova vetta del genere.

Tim Hecker - Ravedeath, 1972 (2011) - 7.5/10

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Novembre 13, 2011
Dirty Beaches - Badlands (2011)
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Elvis Presley non è morto e ne ho le prove, canta con la sua inconfondibile voce in alcuni pezzi del nuovo Dirty Beaches, “Badlands“. Certo, sembra messo male ma è ancora vivo!

Tornando alla realtà, questo è un disco di Alex Zhang Hungtai aka Dirty Beaches, un Taiwanese espatriato in Canada che ripropone unrockabilly triturato, malato ed evidentemente registrato nelle mura domestiche con pochissimi mezzi a disposizione.

L’album è salomonicamente diviso in due parti ben distinte e caratterizzate da sound differenti.

Nei primi 4 pezzi il nostro si traveste da Elvis e, dopo aver abusato di sostanze stuperfacenti, canta su basi che pescano dai canoni Rockabilly contaminate da suoni industrial, wave, ipnotiche e psicotiche.

Esemplare di questa prima metà dell’album, l’iniziare Speedway King

Nella seconda metà del disco si cambia completamente registro, il sound rimane sempre retrò ma qui le atmosfere si fanno romantiche, benché comunque dimesse e rassegnate.

Ed è proprio in questa seconda metà del disco che Dirty Beaches mette da parte la sua voglia di stupire per esprimere al meglio il suo talento.

Lord Knows Best è un brano ipnotico, romantico e disperato allo stesso tempo. Un pezzo che non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di Twin Peaks (o di un qualunque film di Lynch).

Per non parlare dell’ambientale e marziale pezzo di chiusura “Hotel“, o di “Black Nylon”, pezzo che sarebbe potuto uscire dal repertorio dei Portishead.

Le due anime dell’album, ognuna con la propria bellezza, concorrono a rendere questo lavoro speciale.

Personalmente apprezzo di più la parte romantica e disperata, ma tutto il (seppur breve) lavoro è meritevole. Ora tocca affidarsi ad un buon produttore e aspettare di vedere quelle delle due strade delineate sarà quella che Alex seguirà.

Noi, nel frattempo, continueremo a farci ammaliare da questo Badlands.

Dirty Beaches - Badlands (2011): 7/10

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